Chi ha detto agli esterni di lasciare la fascia?

L’esterno ha lasciato la linea laterale. Il terzino deve seguirlo oppure lasciarlo a un compagno? Sembra una decisione di poco conto, ma può cambiare dove si apre lo spazio e chi riesce a sfruttarlo.

Pubblicato 10 set 2026
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Questo articolo è stato scritto originariamente in English . La traduzione che stai leggendo potrebbe contenere errori editoriali.

Lavagna tattica da calcio con pedine rosse e blu e frecce di movimento, appoggiata su una panchina a bordo campo.

La formazione mostra l’esterno vicino alla linea laterale, ma dieci minuti dopo lo troviamo a ricevere dentro al campo, ad abbassarsi tra centrocampo e difesa, a comparire in area e magari perfino sulla fascia opposta. A quel punto viene spontaneo chiedersi: non doveva restare da quella parte?

Il punto è che non è detto che abbia abbandonato la sua posizione. Spesso, fa parte del piano.

Gli schemi di formazione possono dirci da dove parte un giocatore. Non stabiliscono, però, dove trascorrerà l’intera partita. La verità è che gli esterni non hanno abbandonato la fascia; semplicemente, sono meno interessati a restarci per tutto il tempo.

Oltre la linea di fondo

Per molto tempo, il compito degli esterni è stato piuttosto semplice. Si posizionavano vicino alla linea laterale e ricevevano lì il pallone. Poi puntavano il terzino avversario, cercando di arrivare fino alla linea di fondo. Da quella zona, il più delle volte, provavano a mettere un cross per l’attaccante. In questo modo allargavano orizzontalmente la squadra avversaria e davano maggiore ampiezza alla propria.

Ryan Giggs, soprattutto nel suo periodo migliore da esterno al Manchester United, è stato un esempio classico di questo ruolo tradizionale. Mancino schierato a sinistra, sfruttava velocità e dribbling per superare i terzini sul lato esterno e poi mettere il pallone in area.

Con il tempo, però, è diventato sempre più comune un altro tipo di attaccante. L’esterno a piede invertito non era affatto un concetto nuovo, ma quando Arjen Robben raggiunse il suo apice al Bayern Monaco, questo tipo di giocatore era ormai molto più frequente ai massimi livelli. L’olandese giocava soprattutto a destra pur essendo naturalmente mancino. Riceveva largo e poi si orientava verso la porta. Questo gli permetteva di aprirsi un angolo per il tiro oppure di combinare con i compagni nelle zone centrali.

Robben, però, non è stato il punto d’arrivo di questa evoluzione. La stessa idea di base è ancora molto facile da riconoscere nel calcio moderno, ma giocare a piede invertito è soltanto una parte del discorso.

Mohamed Salah, per esempio, ha trascorso gran parte della sua carriera al Liverpool creando pericoli partendo da destra e rientrando sul suo forte piede sinistro. Nel caso di Salah, però, il pericolo non nasce semplicemente dal ricevere largo e tagliare verso l’interno. Una parte enorme del suo gioco deriva dai movimenti senza palla e dalla capacità di arrivare nelle zone di finalizzazione.

Questi movimenti senza palla lo portano spesso lontano dalla linea laterale e verso zone più centrali. Di conseguenza, finisce molto più vicino alla punta rispetto a quanto farebbe un esterno puro. L’egiziano può anche attirare i difensori verso l’interno e lasciare più spazio all’esterno per i compagni.

Salah può partire da destra, ma molte delle sue azioni più pericolose si sviluppano dentro l’area.

Questo dimostra che gli esterni possono anche agire come attaccanti aggiunti, indipendentemente dalla posizione di partenza.

Se l’esterno si muove, chi lo segue?

Qui nasce il dilemma del difensore. L’esterno si è mosso tra le linee e ora il terzino deve decidere: lo seguo dentro lasciando libera la fascia? Oppure resto nella mia posizione e rischio che riceva centralmente con tempo e spazio?

Potrebbe anche pensare: lo lascio al nostro centrocampista? Perfetto. Ma se il centrocampista lo segue fuori dalla sua zona abituale, rischia di lasciare libero un altro attaccante in mezzo.

Nell’andata da record della semifinale di UEFA Champions League 2025-26 tra PSG e Bayern Monaco, Désiré Doué ha mostrato perfettamente quanto possa essere destabilizzante un esterno quando abbandona del tutto il proprio lato abituale.

Doué è un attaccante versatile, ma quella sera al Parc des Princes partì da destra. Non rimase però lì. A volte attraversava il campo per raggiungere il compagno Khvicha Kvaratskhelia sulla fascia opposta. In un attimo, il PSG si ritrovava con entrambi gli esterni sullo stesso lato. Per Alphonso Davies, terzino sinistro del Bayern, un movimento del genere poteva creare una situazione complicata: seguo Doué fino dall’altra parte o lo lascio a un compagno?

Se Davies lo segue, può essere trascinato lontano dalla zona che normalmente dovrebbe proteggere. Questo può offrire al PSG la possibilità di cambiare lato e attaccare lo spazio lasciato libero. Se invece non lo segue, Doué può ritrovarsi momentaneamente smarcato. Nel frattempo, un altro difensore del Bayern potrebbe dover gestire improvvisamente sia lui sia Kvaratskhelia.

In ogni caso, il posizionamento di Doué può creare problemi alla linea difensiva del Bayern ancora prima che riceva il pallone.

Nessun lato è sicuro: scegli il tuo problema

I difensori amano gli schemi ricorrenti. Capire qual è la giocata preferita di un esterno significa aver già vinto metà della battaglia. Se rientra sempre verso il centro, chiudigli quella strada e costringilo ad andare fuori. Se preferisce andare sul fondo, chiudigli la linea. Ma cosa succede quando può creare pericoli in entrambi i modi?

È proprio questo che rende Lamine Yamal un autentico incubo da difendere.

L’attaccante del Barça è mancino e parte di solito da destra. La sua straordinaria abilità nel dribbling gli consente di superare più difensori, spesso lasciandoli sul piede sbagliato. A volte interpreta il ruolo tradizionale e punta l’uomo lungo la linea. Da lì può mettere un cross in area dalla fascia. Altre volte prende il sopravvento l’esterno a piede invertito: rientra sul suo piede forte. A quel punto può creare occasioni dal limite dell’area oppure cercare direttamente il tiro.

Il problema per i difensori non è che questi movimenti siano nuovi; è che non possono prepararsi a una sola soluzione. Considerando la capacità di Yamal di crossare, creare per un compagno o segnare in prima persona, l’imprevedibilità non riguarda soltanto dove andrà, ma anche come finirà l’azione.

E non è soltanto l’esterno a tenere la difesa nell’incertezza. Anche il compagno con cui combina e i movimenti che ne seguono possono essere altrettanto difficili da leggere.

Prendiamo Michael Olise. Il francese riceve spesso vicino alla linea laterale destra. Da lì può portare il pallone verso il centro oppure verso il lato destro dell’area, dove può cercare il tiro o servire un compagno in mezzo. Può anche giocare un rapido uno-due. Effettua il primo passaggio e continua la corsa per ricevere il pallone di ritorno. Questo movimento può portarlo in una posizione migliore per creare un’occasione o concludere direttamente l’azione.

Il fatto che Olise venga dentro al campo non significa che la fascia resti vuota. Un giocatore del Bayern Monaco può avanzare per occupare quello spazio e garantire ampiezza. In questo modo Olise ha un’altra opzione di passaggio all’esterno.

Quindi… rientrano tutti verso il centro?

Detto questo, alcuni esterni vengono volutamente tenuti vicini alla linea laterale. Uno dei motivi tattici è quanto possano essere pericolosi nelle situazioni di uno contro uno.

Jérémy Doku è un ottimo esempio del classico esterno che resta largo. La sua velocità esplosiva e il suo dribbling diretto lo rendono estremamente difficile da fermare quando ha un solo avversario da superare. Se il Manchester City costruisce l’azione da un lato del campo, il nazionale belga può restare sulla fascia opposta invece di spostarsi insieme al resto dell’attacco. Così, se la squadra cambia lato e porta il gioco verso di lui, invece di ricevere circondato da più difensori, Doku può trovarsi di fronte a un solo terzino isolato.

La logica è semplice: mettere il proprio miglior dribblatore in un uno contro uno con meno supporto possibile attorno al difensore.

In definitiva, né rientrare verso il centro né restare larghi è automaticamente la scelta migliore. Tutto dipende da ciò di cui ha bisogno l’attacco. Che un esterno si avvicini alla porta oppure resti largo per affrontare il terzino, può mettere in difficoltà la difesa in modi diversi. Lasciare la fascia può far parte del piano, così come restarci. Lo stesso giocatore può ricoprire più di uno di questi ruoli nell’arco della stessa partita.

Perciò, quando un esterno compare in una zona inaspettata, forse la domanda migliore è: cosa può fare da lì?